giovedì, febbraio 15, 2007

Da Google a Apple i brand del 2006




In Europa vincono i prodotti low cost, in Sudamerica i liquori Non più prodotti, ma idee. Non bulloni, ma saperi. La merce più preziosa sul mercato è volatile, collettiva, comunicativa. Virtuale, per la precisione, internettiana. Google, Apple, YouTube, Wikipedia: sono nell'ordine i quattro marchi più influenti al mondo, quelli che hanno cambiato la vita della gente nel 2006. Soprattutto in bene, ma non è tanto la positività che conta, è la dirompenza. Tutti legati al web i primi, stretti alla tecnologia, ai nuovi mezzi di informazione e conoscenza. Veicoli di pensiero e possibilità, stile di vita, organizzazione del mondo. La classifica è il risultato del sondaggio che il periodico online brandchannel.com. com fa ogni anno intervistando in 99 paesi oltre 3.600 esperti di branding, la "filosofia" che ruota attorno al marchio, l'identità di un logo e il suo messaggio. Bene, i guru del settore ai 4 hanno dato il podio non sulla base del valore misurabile del marchio, che infatti vede regolarmente Coca-Cola in cima alle classifiche economiche da anni. Ma di un altro parametro, e cioè: "Qual è la marca che ha avuto più influenza nelle nostre vite nel 2006?".

Le risposte non lasciano dubbi e anzi sollecitano riflessioni: la nostra quotidianità non la cambia una bibita (e in questa lista Coca Cola è solo nona), ma un motore di ricerca, appunto GOOGLE, che è anche molto di più, è semplicità e totalità, servizio che funziona perché ci puoi trovare davvero tutto, ma anche idea di un mondo accessibile, navigabile. La cambia anche un iPod, e non solo perché il lettore Mp3 della Apple è rivoluzionario con le sue capacità di memoria e funzioni, ma perché permette tutto questo in un rettangolo di essenzialità, pulizia, rigore. Un'icona, un messaggio lui stesso di linearità, di modo d'essere.

Terzo nella lista il sito incoronato con grande clamore da Time come persona dell'anno: YouTube, il portale da 20milioni di utenti al mese che lo usano per scaricare video e musica, per produrre e far conoscere le proprie opere, per farci un palcoscenico di creatività fuori dalle logiche classiche dello spettacolo. Non a caso Google se l'è comprato (per la cifra record di 1,65 miliardi di dollari), perché ci ha sentito la forza economica delle comunità creative. Delle persone protagoniste di contenuti, del "basso" che inventa il nuovo: la vera democrazia della conoscenza, anche con le sue imprecisioni e derive, comunque occasione inedita di scambio e condivisione. Wikipedia, al quarto posto, ne è la conferma, prima enciclopedia compilata dagli utenti, oltre 100 traduzioni, solo in inglese 1,5 milioni di articoli.

Citeremo anche il quinto arrivato tra i brand, Starbucks, perché anche se appartiene al mondo della ristorazione, è anche qualcosa di diverso e più sofisticato: la catena di caffè e cappuccini, la corporation della colazione, è anche portatrice di uno stile e un'idea. Nei suoi locali la gente ci va a lavorare col proprio computer perché ci sono collegamenti wi-fi gratuiti, giornali, cd. Nessuno ti caccia, non è un fast food ma un posto del lavoro e del disimpegno slow, aperto a tutti. Un marchio che è diventato persino un generatore di cultura e gusto: l'azienda produce musica, film, libri.

Seguono Nokia, Skype, Ikea, Coca Cola e Toyota: la comunicazione ancora vincente (i telefonini della casa finlandese e le telefonate via web gratuite di Skype), ma anche il low cost, altra grande categoria di mercato e di ragionamento moderni, è un segno. Lo dice a livello globale il settimo posto di Skype e l'ottavo di Ikea, il basso costo del design, il buon gusto per le masse. In Europa (e in Africa) il bello e l'utile economici vanno anche di più: la marca svedese dei mobili è addirittura prima e Skype seconda, la spagnola Zara e la sempre svedese H&M, entrambi catene di abbigliamento giovanile a prezzi abbordabili, sono rispettivamente quarta e sesta.

Un primato dell'industria low cost che rivela capacità di spesa diminuite ma insieme gusti e competenze nei consumi più esigenti: il bello e utile lo vogliamo, ma senza indebitarci. Il consumatore come traduttore di una cultura, la marca come nuovo logo, proprio nel senso classico di discorso, parola. Il linguaggio che racconta il mondo che cambia. E così le pratiche della realtà: internet ormai è chiaro che non è più tanto un doppio, ma una parte interna e solida del quotidiano. Tranne che in Sudamerica, forse solo per mancanza di mezzi: però lì quello che cambia la vita si chiama Corona e Bacardi.

da : brandchannel.com

2 commenti:

Barbara ha detto...

Pietro, ciao sono Barbara è un sacco che non ci sentiamo.
Mi sono imbattuta sul tuo blog per caso cercando su Internet roba "innovativa"...non ci credevo! Complimenti il tuo blog è molto interessante...io lavoro nel Market Innovation in Telecom, e studiamo costantemente i trend delle applicazioni come YouTube, Skype, Apple ecc...e del mktg di social networking (lo chiamano così!)in generale se ti interessa ti mando qualcosa. ciao e a presto

Pietro Cau ha detto...

Ciao Barbara,
mandami la tua mail perchè non so come contattarti...e comunque il materiale mi interessa!!
fatti sentire